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Guida ai fondi comuni
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Alla scoperta del benchmark

 



'Benchmark' è un termine inglese che vuol dire 'paletto' ed è una di quelle parole che qualunque investitore farebbe bene a conoscere, non fosse altro per il fatto che essa è riportata in tutti i prospetti informativi dei fondi.
E come sempre quando ci sono di mezzo i nostri soldi, più si capiscono i documenti, meno si rischia di prendere cantonate.
Vediamo allora che cos'è questo benedetto benchmark, a cosa serve e perché nonostante abbia un nome inglese sia un aspetto per cui l'Italia è davvero all'avanguardia.
Per Benchmark si intende l'investimento ideale di riferimento con cui si confronta il fondo comune.
Se ad esempio un fondo rientra nella categoria 'azionari Italia', può scegliere come benchmark l'indice Mib30, perché questo rappresenta l'andamento dei 30 titoli più importanti del marcato azionario italiano.
Quando il fondo sceglie un determinato benchmark è come se dicesse ai suoi sottoscrittori: 'nel futuro farò investimenti che seguiranno più o meno l'andamento di questo indice'.
L'utilità per gli investitori è duplice.
Innanzitutto quando un gestore indica un benchmark mette nero su bianco quale sarà il livello di rischio a cui esporrà i suoi clienti. Anche all'interno della stessa categoria di fondi, è infatti possibile fare scelte profondamente diverse ('azionario americano' , ad esempio, può voler dire sia Nasdaq che Dow Jones).
La seconda questione (che è ampiamente contestata dai gestori) è quella del confronto dei rendimenti. Il benchmark rappresenta l''avversario' con cui si confronta il fondo.
Per rimanere al nostro esempio, supponiamo che il nostro fondo abbia indicato come benchmark il Mib30 (dichiarando così di investire su società italiane a grande capitalizzazione).
Se dopo un anno il mib30 è salito del 25% e il fondo ha guadagnato il 10%, cosa si può dedurre? Che il gestore è un incapace? Che è stato solo sfortunato? Che abbia fatto investimenti più a lungo termine e possa recuperare l'anno successivo?
A nostro avviso, confrontare i rendimenti con il benchmark può dare effettivamente un'idea della bravura del gestore, purchè sia fatto sul lungo periodo.
Anche perché sono i gestori stessi ad ammetterlo con le cosiddette 'commissioni di performance'. Molti fondi, oltre ai costi usuali, prevedono infatti questo premio aggiuntivo, che il cliente paga solo nel caso in cui il rendimento del fondo superi quello del benchmark (ad esempio, il fondo trattiene una parte della differenza con il rendimento del benchmark).
Se dunque un gestore si pretende bravo se supera il benchmark e vuole essere premiato per questo, allo stesso modo deve accettare di essere considerato un po' scarso se non riesce a eguagliarlo.
Insomma, il confronto con il benchmark o si accetta sempre, o non si accetta mai.
Ma in definitiva, se il benchmark rischia di mettere in risalto l'eventuale incapacità del gestore, perché i prospetti lo riportano?La risposta è la più ovvia: sono obbligati.
Dal primo luglio dello scorso anno infatti, la Consob obbliga tutti i fondi a riportare un benchmark.
E non solo: questo benchmark deve essere credibile e in linea con gli investimenti effettivi.
Facciamo un esempio per intenderci: se un fondo indica un benchmark troppo facile da battere e sulla base di questo si fa pagare commissioni di performance, la cosa è un po' truffaldina.
Nel passato poteva succedere: alcuni indicavano come benchmark il tasso di inflazione, e con un metro di paragone simile, sarebbero ben pochi i fondi a non fare un figurone. Un po' come vantarsi per aver vinto una corsa contro una tartaruga.
Quando l'anno scorso la Consob ha esaminato i benchmark indicati dai circa mille fondi di diritto italiano, ne ha rifiutati e fatti riformulare circa il 20%.
Non in tutti i casi si può immaginare un intento un po' furbesco, ma è certo che qualcuno 'ci ha provato'. E sono comunque ancora molti i fondi a prevedere, ad esempio, riferimenti dei rendimenti obbligazionari per stabilire la commissione di performance di un fondo azionario (bisogna ricordare che moltissimi fondi indicano un benchmark come traccia dei propri investimenti ma utilizzano per la commissione di performance un altro paramentro).
A oggi l'Italia è l'unico paese europeo in cui sia obbligatorio riportare il benchmark nel prospetto informativo, anche se bisogna dire a onor del vero che soprattutto nel mondo anglosassone i gestori lo riportano comunemente anche in assenza di una specifica normativa.
Bisogna poi ricordare che c'è una tipologia di fondi che non sono tenuti a indicarlo, e cioè i flessibili (che possono variare così tanto gli investimenti da rendere impossibile lo stabilire a priori il loro indirizzo).
Infine, c'è il problema di saper decifrare i nomi dei vari benchmark indicati nei prospetti. Cosa vuol dire MSCI Europe? Cosa vuol dire FTSE world? Per fare una carrellata su tutti i principali (ma comunque numerosi) benchmark ci vuole un articolo a sé. Dunque a presto su queste pagine.

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