E' un doppio attacco quello che è stato mosso nel fine settimana contro il governo argentino. Prima, infatti, è arrivato il monito del Fondo monetario internazionale e poi l'esplicito invito delle sette maggiori potenze industriali del vecchio Continente.
Tutti a chiedere all'Argentina di affrontare il problema del debito ancora pendente con i creditori che non hanno accettato l'offerta pubblica di scambio dei vecchi titoli non pagati a fine 2001 con le nuove obbligazioni.
Sullo sfondo il forte debito dell'Argentina con l'Fmi. L'arma del ricatto, insomma, sarebbe quella della mancata rinegoziazione dei 14 miliardi di dollari di prestiti in scadenza.
Ed è il filo di speranza a cui restano appesi i 300 mila investitori italiani che hanno in pancia circa 8 miliardi dei vecchi tango bond.
Speranza concreta? Difficile a dirsi, visto che le reazioni dell'Argentina sono state sempre di totale chiusura. A più riprese, infatti, sia il presidente Nestor Kirchner che il ministro dell'Economia Roberto Lavagna hanno sottolineato l'impossibilità di riaprire l'offerta pubblica di scambio.
Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali sembra che qualcosa si stia muovendo. E le dichiarazioni del presidente del Fondo monetario internazionale, Rodrigo Rato, sembrano muoversi in questo senso. "E' vero – ha sottolineato Rato - , ho avuto un lungo incontro con Lavagna". Ma sui contenuti dell'incontro non ha voluto prolungarsi.
Qualcosa, però, si può intuire dalle buone parole che lo stesso presidente del Fondo monetario spende a favore dell'Argentina. "C'è ancora del cammino da fare – ha spiegato lo spagnolo - , ma la strada è quella giusta. Noi certamente riconosciamo agli sforzi compiuti dall'Argentina per una crescita sostenibile. E su questo c'è la piena unanimità". Quando il diavolo ti accarezza, di solito, vuole l'anima.