Brutte notizie per i circa 250 mila obbligazionisti italiani che non hanno aderito all'offerta pubblica di scambio delle obbligazioni argentine cadute in default a fine 2001.
Secondo notizie di stampa, infatti, la task force argentina che aveva le deleghe della quasi totalità (450 mila investitori) dei possessori dei bond del Belpaese avrebbe rinviato l'affondo nei confronti del governo di Buenos Aires. O meglio starebbe valutando a fondo tutte le conseguenze dei prossimi passi.
Il presidente dell'associazione, Nicola Stock, all'indomani del successo dell'operazione di swap (le adesioni sono state ufficializzate intorno al 75%) aveva annunciato l'intenzione di ricorrere all'Icsid. L'organizzazione che fa capo alla Banca mondiale e che costituisce una sorta di arbitrato internazionale.
Poi nulla più. Una lunga pausa che dovrebbe durare fino a luglio. Insomma si temporeggia. Anche perché la strada dell'arbitrato presenta non poche rischi. A rischio per i tempi. La procedura prevede infatti un periodo di 18 mesi entro i quali i due contendenti dovranno cercare un compromesso.
Solo dopo un anno e mezzo l'Icsid dovrebbe prendere una decisione. Ma i precedenti non fanno ben sperare. Perché in passato i giudici dell'arbitrato internazionale ci hanno messo sempre almeno un paio di anni prima di pronunciarsi.
I tempi, quindi, ma non solo. Perché anche i costi dell'operazione fanno pensare. Costi che secondo le intenzioni della Tfa non dovrebbero gravare sugli investitori ma sulla stessa Task force.
Certo l'associazione presieduta da Nicola Stock ha precisato che l'eventuale ricorso all'Icsid non precluderebbe le azioni legali contro le banche. Ma si tratta davvero di piccolo contentino per i 250 mila risparmiatori che oggi come oggi si trovano con 8 miliardi di bond tra le mani che hanno lo stesso valore della carta straccia.