Un primo successo, intanto la Task Force Argentina l'ha raggiunto. Sono infatti arrivate a quota 100mila le adesioni al ricorso proposto dall'associazione istituita dall'Abi proprio per tutelare gli obbligazionisti traditi dai bond argentini caduti in default nel 2001. La proposta della Tfa ha quindi fatto breccia in circa il 60% degli oltre 200mila titolari di obbligazioni che hanno deciso di voltare le spalle all'offerta di rimborso avanzata nel 2005 dal governo di Buenos Aires.
Un'offerta non certo generosa e considerata da molti perfino offensiva per i circa 450mila risparmiatori coinvolti dal crack del paese sudamericano. Una crisi economica che, parlando solo dei bond acquistati dai risparmiatori italiani, ha mandato in fumo titoli per un valore complessivo di 14 miliardi di dollari.
L'obiettivo di Nicola Stock, il banchiere a capo della Task Force, è di istituire contro le autorità argentine una causa dalle proporzioni memorabili presso l'Icsid, l'International centre for settlement of investments disputes. I tempi giuridici sarebbero lunghi e non è possibile fare previsioni sull'entità degli eventuali rimborsi. Pensare alla restituzione dell'intero capitale, e addirittura degli interessi maturati, è inverosimile.
Difficilmente, però, l'esito del contenzioso sarà peggiore di quanto offerto da Buenos Aires agli obbligazionisti traditi: un rimborso di appena il 30% per di più non in contanti. Ai risparmiatori sono infatti andati nuovi titoli argentini, con scadenza lontana e di valore inferiore. Ad osservare attentamente l'esito del ricorso sarà anche l'Abi.
Proprio sulle banche è piovuta infatti una pioggia di critiche, poi trasformatasi in vere e proprie cause legali. Il dito è puntato contro il ruolo attivo giocato dagli istituti di credito che non si sarebbero fatte troppi scrupoli a vendere ai propri clienti titoli di cui, in realtà, non conoscevano i rischi. Una soluzione più vantaggiosa per gli obbligazionisti, quindi, favorirebbe indirettamente anche le banche.