Il Consiglio dei ministri rinvia alle Camere il decreto sulla previdenza complementare. Scatta di conseguenza la proroga di 30 giorni per la delega che sarebbe scaduta il 6 ottobre.
Una mezza bocciatura per il dispositivo che avrebbe dovuto segnare il rilancio della cosiddetta seconda gamba del sistema previdenziale: con la possibilità attraverso il silenzio assenso per i lavoratori di trasferire il proprio trattamento di fine rapporto nei fondi pensione.
Non l'ha presa certo bene il ministro del Welfare Roberto Maroni. "Si è verificata - ha detto Maroni - una sospensione dell'iter di approvazione. Se nei prossimi giorni il Governo approverà il decreto avremo fatto una straordinaria riforma. Se non l'approverà ci saranno problemi rilevanti sul piano politico".
Per il ministro, infatti, in caso di mancata approvazione sarebbe l'intero impianto della riforma delle pensioni a venir meno. "La delega di riforma del sistema previdenziale infatti - ha spiegato il ministro - era fatta di due parti, il "bastone" (l'aumento dell'età necessaria per la pensione di anzianità a partire dal 2008) e la "carota" (la previdenza integrativa). "Il venir meno della seconda - ha detto - avrebbe voluto dire il venir meno della prima".
E nonostante l'ottimismo di fondo espresso in questi mesi di serrate trattative con i sindacati, la Confindustria e le varie associazioni di rappresentanza del mondo assicurativo e bancario, Maroni questa volta appare realmente preoccupato.
Secondo il titolare del dicastero del Welfare, infatti, nulla è compromesso ma questo rinvio rappresenta una decisione ingiustificata, controproducente, dannosa. "Queste pressioni aumenteranno – sottolinea - esprimendo preoccupazione per la volontà di non attuare la delega. C'è chi non vuole che la delega venga attuata. Mi auguro che Parlamento sappia resistere a queste pressioni. Temo rischi reali di non attuazione della delega".