Passare dal lavoro a tempo pieno al lavoro part-time può comportare la riduzione o l'azzeramento dell'assegno di divorzio dovuto all'ex coniuge. È il 'succo' della sentenza della Cassazione che ha accolto il ricorso di una donna romana, Gemma U., che chiedeva di essere esonerata dal dover versare 105 euro di assegno all'ex marito Carmelo F. che, prima che lei scegliesse il part-time, guadagnava meno.
La donna si era rivolta ai supremi giudici dopo che la Corte di Appello di Roma le aveva dato torto sul fatto che la scelta dell'occupazione a tempo parziale aveva ridotto le sue entrate e che quindi non avrebbe più dovuto versare l'assegno all'ex partner. Gemma aveva dimostrato che la sua retribuzione netta annuale era scesa, per effetto della scelta lavorativa, da 23.000 euro a 15.200. In tal modo i redditi dell'ex marito Carmelo, che guadagnava circa 21 mila euro l'anno, erano diventati superiori ai suoi.
Nel gennaio 2004 la Corte di Appello aveva respinto la richiesta sostenendo che la ''scelta di passare al lavoro part-time non si può configurare come un decremento della capacità contributiva, essendo stata una personale scelta della donna (non giustificata da motivi di salute o da impegni familiari) che non può ledere i diritti consolidati di terze persone''. In altre parole, la decisione di guadagnare meno in nessun modo poteva tradursi nell'azzeramento del diritto di Carmelo a ricevere l'assegno.
La Cassazione ha bocciato questo punto di vista. Nella sentenza n.5378, gli 'ermellini' rilevano in primo luogo che ''l'opzione per il lavoro a tempo parziale, non diversamente da quella di cessare del tutto l'attività professionale, rappresenterebbe una scelta personale pienamente legittima, non essendovi nel vigente ordinamento, alcuna disposizione che vieta all'onerato di assumere iniziative (compresa quella di ridurre il proprio impegno lavorativo) suscettive di incidere sul reddito dell'assegno di mantenimento dell'ex coniuge''. Se esistesse una norma tesa a impedire una simile scelta, ''risulterebbe peraltro costituzionalmente illegittima, in quanto lesiva di fondamentali diritti di libertà della persona''.
All'ex marito Carmelo, secondo il quale la ex moglie aveva deciso per il lavoro part-time solo ''in odio a lui'', i supremi giudici hanno replicato che - semmai - chi sceglie il part-time compie una scelta che, in primo luogo, ''danneggia'' chi la fa perchè ''comprime le prospettive reddituali''. Secondo la Cassazione, la scelta di lavorare meno ''ben difficilmente potrebbe dirsi preordinata, in concreto, all'unico fine di sottrarre l'obbligato alla prestazione giudizialmente impostagli''. Sarà ora un'altra sezione della Corte di Appello di Roma a occuparsi della vicenda e a stabilire se, effettivamente, il reddito della donna diminuito con la scelta del lavoro part time giustifichi ''la cessazione pura e semplice dell'obbligo di corrispondere l'assegno o, eventualmente, una sua ulteriore riduzione''.
Una sentenza giusta sul piano razionale ma non per il rispetto delle regole fra persone. A commentare così la sentenza della Cassazione è stata Federica Rossi Gasparrini, presidente di Federcasalinghe-Donne Europee, che denuncia una sorta di ''malcostume'' in materia: chi fornisce gli alimenti all'ex coniuge, in genere l'uomo, prima o poi cerca di dichiarare meno redditi per avere una ricaduta positiva sull'entità dell'assegno.
''È ovvio - dice la presidente - che sul piano della razionalità la sentenza della Cassazione è giusta, se uno guadagna meno deve anche corrispondere un assegno inferiore mentre la questione è diversa se si considera il rispetto dell'altro e dei figli''. ''Dai dati in nostro possesso, attraverso le donne che ci contattano - prosegue - spesso il marito che deve corrispondere un assegno spesso cerca di ridurre la sua entità, magari anche nascondendo il reddito reale''.